Intelligenza artificiale, alleata della parità di genere?

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“L’Intelligenza Artificiale favorirà la parità di genere?” A questa domanda, una sempre gentile ChatGPT (all’unisono con altre sue sorelle AI generative) dà una risposta ottimistica: “L’AI ha il potenziale per migliorare la parità di genere, ma il suo impatto dipenderà da come verrà sviluppata e utilizzata.” Ottimistica soprattutto nella seconda parte della frase, dove si parla di volontà di usarla in modo da favorire la parità di genere. Perché l’Intelligenza Artificiale è un potente strumento in grado di trasformare il nostro lavoro, le nostre vite, le nostre organizzazioni. Uno strumento non neutro, visto che può essere una straordinaria occasione di inclusione o un meccanismo che perpetua (o amplifica) le disuguaglianze esistenti. Per capire meglio, leggiamo qualche dato.

Diamo i numeri

I numeri contenuti in un report pubblicato dal World Economic Forum – oltre a ricordarci da anni che saranno necessari oltre 130 anni per raggiungere la agnognata parità – disegnano un mondo in cui il divario di genere è ancora significativo nei settori tecnologici, inclusa l’AI. Secondo il Global Gender Gap Report, solo il 22% dei professionisti dell’intelligenza artificiale sono donne. In aggiunta a questo, il white paper di marzo 2025 del World Economic Forum e LinkedIn “Gender Parity in the Intelligent Age” fa notare che, pur essendo cresciuta la presenza femminile nei settori tecnologici, si osserva un significativo “calo” di donne impiegate in ruoli STEM nel primo anno di lavoro dopo la laurea. Troppo frequentemente, inoltre, non ricoprono ruoli di leadership.

“Le donne saranno penalizzate sul mondo del lavoro dalla AI?” ChatGPT su questo invece non è particolarmente ottimista: “Le donne rischiano di essere penalizzate dall’AI nel mondo del lavoro, perché l’AI e l’automazione sostituiscono più facilmente lavori amministrativi, di customer service e di supporto, dove la presenza femminile è alta. I ruoli più tecnici e strategici (come l’ingegneria AI), invece, restano dominati dagli uomini”.

Una risposta che probabilmente è il frutto di altri dati che la macchina legge, come per esempio quelli riportati da un rapporto presentato al Parlamento del Regno Unito qualche tempo fa, secondo il quale il 79% delle donne lavora in settori più suscettibili all’automazione da parte dell’AI. Non molto distanti i numeri riportati dal white paper WEF e LinkedIn secondo il quale la maggior parte delle donne senza competenze in ingegneria AI lavora in ruoli che stanno subendo trasformazioni significative (38,4%), mentre tra gli uomini senza competenze in ingegneria AI rappresenta la quota minore (31,1%). Tra gli uomini con competenze in ingegneria AI, la maggior parte (65,4%) si trova in ruoli che saranno potenziati dalla tecnologia, rispetto al 57,2% delle donne con competenze ingegneristiche.

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Anche rispetto alla consapevolezza della trasformazione del lavoro, le donne sono messe peggio degli uomini. I dati di PwC riportati nel Global Gender Gap Report 2024 mostrano che solo il 54% delle donne, rispetto al 61% degli uomini, prevede cambiamenti significativi nelle competenze richieste per il proprio lavoro nei prossimi cinque anni. Inoltre, le donne hanno riferito di avere una comprensione meno chiara di come questi cambiamenti influenzeranno i loro ruoli (62% delle donne contro 68% degli uomini), segnalando un possibile divario nella preparazione all’economia guidata dall’AI o il fatto che le donne occupano in modo sproporzionato ruoli con scarso impiego dell’AI.

Cosa fare allora?

Senza voler essere pessimiste ed enfatizzare il fatto che anche le macchine – addestrate con i nostri testi e dati carichi di stereotipi di genere – replicano stereotipi, dobbiamo lavorare tutti e tutte affinché l’AI sia opportunità per tutte le persone. Secondo il white paper del WEF i punti di attenzione dovrebbero essere su:

  • Necessità di politiche inclusive, ovvero di regolamentazioni e iniziative che promuovano una maggiore partecipazione femminile nello sviluppo dell’AI e nello studio delle materie STEM. Problema non nuovo e neppure banale da risolvere, ma non per questo impossibile.
  • Maggiore rappresentanza femminile nei ruoli decisionali, anche attraverso incentivi alle aziende.
  • Formazione, mentorship e accesso a nuove carriere per le ragazze, che possono essere incentivate da un uso etico e responsabile dell’AI.

Cosa suggerisce l’AI generativa?

ChatGPT , interrogata sul da farsi, aggiunge che sarebbe necessario:

  • Garantire la diversità nei team di sviluppo, costituendo gruppi di lavoro eterogenei, che includano persone di diversi generi, etnie e background culturali, per identificare e mitigare i bias durante la progettazione e l’implementazione dei sistemi di IA. Questo perché la diversità nei team favorisce una maggiore consapevolezza e attenzione alle problematiche legate ai pregiudizi.
  • Implementare pratiche di sviluppo etico dell’IA, adottando linee guida etiche che prevedano l’analisi e la correzione dei bias nei dati e negli algoritmi. Strumenti di auditing e valutazione dell’equità possono essere utilizzati per monitorare e migliorare continuamente i sistemi di IA, assicurando che non perpetuino discriminazioni di genere.
  • Sviluppare e adottare strumenti di mitigazione dei bias, investendo nella ricerca e nell’implementazione di tecniche avanzate per rilevare e correggere i bias di genere nei modelli di IA.
  • Monitorare e valutare l’impatto delle politiche adottate, stabilendo meccanismi utili a per valutare l’efficacia delle iniziative volte a promuovere la parità di genere nell’IA.

 

Saranno necessari volontà, impegno, investimenti e politiche specifiche affinché l’AI renda meno distante in anni il raggiungimento della parità. Perché non deve essere l’uomo – come dicono in molti – al centro, ma la persona. Partiamo da questo.